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COSA CI INSEGNA UN LUCCIO

Quanto le nostre azioni sono condizionate dalle nostre abitudini, dal nostro passato?
Quante volte, ci adattiamo e ripetiamo, quasi automaticamente, gesti ed azioni, in base a dei condizionamenti consolidati?
Quante volte ci blocchiamo quando una cosa è andata male e non riproviamo?
Quanti di noi dicono “tanto non funziona, lo abbiamo già fatto!”, ma non sanno spiegare il perché e non vanno a fondo delle cause?
E così, facciamo la fine del Luccio.
Per spiegarmi meglio, porto ad esempio l’esperimento effettuato su un luccio, pesce aggressivo che vive in acque dolci. Questo pesce era stato messo in una vasca con delle carpe, prede abituali, sebbene separato da loro da una lastra di plexiglas che ne impediva il contatto.
Dopo diversi tentativi in cui il luccio non riusciva nel suo intento di attaccare le carpe, il pesce ha desistito dal proseguire. Ha continuato nel suo comportamento (di non attaccare gli alti pesci) anche quando la lastra è stata tolta, quando non c’era alcun impedimento reale.
E alla fine, il luccio è morto.  Alla domanda “Di cosa è morto?”, la risposta più facile sarebbe dire di fame. Quella più corretta, invece, è di abitudine. Non si era accorto che le condizioni erano cambiate è ha perpetuato un comportamento che riteneva meno doloroso.
Le esperienze negative, i fallimenti hanno condizionato il luccio in modo da modificarne le azioni conseguenti.
Il luccio si è abituato ad una situazione apparentemente meno difficile, fino a adattare la propria realtà, definendo una scorretta area di confort.
Quello che, in modo un po’ provocatorio, è capitato al povero pesce, avviene anche a noi. Le nostre esperienze, le nostre vicissitudini trasformano la nostra capacità ad essere influente o meno sulla nostra vita.
E’ capitato a tutti di rimaner bloccati in situazioni statiche, di rigidità per paura di sbagliare, di non fare la cosa giusta, per non vivere la critica altrui o il disagio di essere inadeguati.
Tutto ciò ha l’effetto di non consentirci di cogliere le occasioni che si presentano sulla nostra strada perché assolutamente frenati dalla incapacità di accettare l’errore o il fallimento.
In che modo possiamo agire in modo da saper gestire queste situazioni?
Sostanzialmente, in due modi:
Un modo più razionale, analizzando e verificando passo dopo passo cosa è accaduto e cosa si è sbagliato, individuando le proprie lacune e intervenendo su di esse.
L’altro modo è più emotivo, ed è sicuramente più importante. Bisogna considerare gli errori come un modo per fare esperienze e di accettarsi “sbagliati”. Questo non è una modalità da perdente, bensì la leva per trovare le energie e le motivazioni a migliorare e a cambiare e ad approcciare la fase razionale di cui sopra.
Dobbiamo convincerci che cambiare è possibile e, in alcuni casi, addirittura necessario.
Dobbiamo sapere che, spesso, è una strada irta di difficoltà e dolorosa, ma, sebbene, sia l’unica cosa da fare per stare meglio, troppo spesso ci adagiamo e preferiamo abbassare l’asticella, ridefinendo verso il basso la nostra area di confort.
E in questo caso, siamo destinati a limitare il nostro potenziale e vivere, consapevolmente, come pesci in un acquario.
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