Blog

ALGORITMI E EMOZIONI

L’Intelligenza Artificiale sta facendo straordinari progressi tanto da suscitare domande se le macchine sono diventate più intelligenti dell’uomo e se o quando avranno il dominio sull’umanità.

Abbiamo sotto gli occhi esempi in cui assistenti virtuali ci danno informazioni su ricette, tempo meteorologico, che prenotano per noi ristoranti, alberghi e tanto altro ancora.

Oppure sfide di scacchi o altri giochi di strategia e astuzia tra macchine e uomo, in cui le macchine sembrano dominare.

Il destino dell’uomo sembra, come tanti libri e film hanno fantasticato, segnato verso un futuro che ci vedrà sottomessi ai computer.

La realtà, però, appare un po’ diversa da quella che sembra.

Sicuramente, il computer è più veloce del cervello umano a compiere operazioni. Nessun umano sarebbe in grado di fare 10 miliardi di addizioni al secondo come alcuni software.

Il computer è anche più preciso di diversi milioni di volte rispetto all’uomo, tanto da sostituirlo in alcune attività di alta precisione.

Ma all’Intelligenza Artificiale manca ancora la capacità di pensare. Sono solo in grado di processare e mettere in relazione un’infinita quantità di dati.

In pratica, gli algoritmi, anche i più sofisticati, sono in grado di portare a termine solo il compito che gli è stato dato, necessitando, in ogni caso, di una mole enorme di informazioni.

L’algoritmo non è altro che una serie di passaggi codificati per risolvere un problema, un procedimento logico tradotto da un numero di passaggi elementari.

Ogni comportamento umano può essere così ridotto alla somma delle singole parti, codificato, analizzato, identificando collegamenti e differenze e calcolando statisticamente l’azione con la maggiore probabilità di successo.

Ma, solo dopo aver appositamente inserito centinaia di migliaia di esempi.

Rispetto al cervello umano, i computer processano l’informazione soprattutto in maniera seriale (Si o No), mentre il cervello è in grado di operare anche in modo parallelo, grazie all’ampio numero di neuroni (rispetto alle macchine) e alla connessione tra di loro.

Basta pensare a tutte le informazioni che vengono processate dal nostro cervello quando, ad esempio giochiamo a tennis (calcoliamo la velocità della pallina, ci muoviamo verso essa, scegliamo il momento per colpirla, ecc).

Inoltre, le connessioni tra neuroni si rafforzano e si modificano in base all’attività e all’esperienza, rendendo il cervello più flessibile nell’apprendimento e nella generalizzazione.

E, sebbene, alcune macchine stiano imparando ad auto-correggersi, possiamo affermare che le due intelligenze siano ancora molto diverse e distanti.

Il vero limite delle macchine, però, è che non sono in grado di provare emozioni. Una differenza non da poco.

In particolare, se si parla di empatia, cioè la capacità di mettersi nei panni dell’altro, percependone emozioni e pensieri.

L’empatia è quella competenza emotiva che consente di entrare in sintonia con le persone con cui si interagisce, riconoscendone le emozioni, in modo da cogliere elementi che vanno al di là del messaggio verbalizzato.

È un collante tra persone, gruppi, organizzazioni. È la chiave per gestire relazioni e socialità, è la capacità di essere comunità.

E, per quanto l’intelligenza artificiale, in futuro, possa incrementare le proprie prestazioni ed avere ancora maggiore spazio, il ruolo dell’essere umano sarà sempre quello di guida, orientandone l’operato e le attività.

E questa differenza, scusate se è poco, fa una grande differenza.

0

Aggiungi un commento